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Appuntamenti

Sestiere di Porta Filiamabili

Il più illustre personaggio nato a Sulmona, è senza dubbio il sommo poeta Ovidio. Publius Ovidius Naso, questo il suo nome latino, nacque nel 43 a.C. La sua era una famiglia equestre, da piccolo giunse a Roma per iniziare gli studi e subito rivelò le sue doti poetiche. Andò quindi ad Atene per perfezionare la sua lirica, a Roma entrò nel circolo letterario di Messalla Corvino.
Ovidio stava lavorando alla composizione dei Fasti quando sopraggiunse, nell'8 d. C., un'intimazione dell'imperatore a lasciare immediatamente l'Italia per Tomi, cittadina sul Mar Nero. Le ragioni del provvedimento sono oscure: il poeta ne parla a più riprese, ma sempre in modo confuso o vago, accenna al fatto di essere stato con le sue “turpi” poesie «maestro di sconvenienti adulteri», e di avere assistito imprudentemente a una "colpa" in una casa nobiliare.
Un anno dopo Ovidio sbarcava a Tomi (Romania) in un villaggio di mare tra barbari e ghiacci dove rimase in esilio fino alla morte.
Produzione
La produzione di Ovidio ci è giunta quasi per intero. La sua prima opera furono gli Amores (Amori), raccolta di elegie in cinque libri, poi ridotti a tre, in onore di una Corinna.
Compose poi le Heroides (Epistulae), raccolta di ventun lettere immaginarie: le prime quindici sono scritte in forma di lamento da eroine del mito o della storia ai loro amanti, le ultime sei costituiscono tre coppie, lettere di eroi alle loro donne e risposte di queste ultime.
La sua opera più famosa è l'elegia erotica sull'Ars amatoria, un poema didascalico in tre libri su come l'uomo può conquistare la donna e conservarla, e su come la donna può farsi amare.
Il suo capolavoro prende il titolo di Metamorfosi. Si tratta di un vasto poema in 15 libri, in esametri, comprendente circa duecento favole di trasmutazioni mitologiche (uomini mutati in animali o in piante), l'una riprodotta dall'altra in una proliferazione incessante.
L'ultima opera romana di Ovidio, poi interrota a causa dell'esilio, è i Fasti, nella quale il poeta si era proposto di cantare sistematicamente, in 12 libri in distici elegiaci, le festività dei 12 mesi dell'anno; non potè scriverne che sei, da gennaio a giugno, prima dell'esilio.
A Tomi Ovidio mise insieme altre due raccolte di elegie, i cinque libri dei Tristia, una serie di lettere senza indicazioni del destinatario nelle quali, dall'8 al 12, descrisse la storia della sua condanna, la sua amarezza e la sua disperazione per la solitudine e la lontananza di Tomi; seguirono i 4 libri delle Epistulae ex Ponto, non diverse nel tono dalle prime, ma più fiacche, rivolte ognuna a un determinato personaggio. Concludono la produzione ovidiana l'invettiva Ibis e un poemetto sulla pesca e sui pesci (Halieutica), di cui ci rimangono 135 esametri.
Nel Medioevo Ovidio, insieme a Virgilio, fu il classico più letto e imitato. Dante, Petrarca, Boccaccio, Chaucer e tanti altri poeti si rifecero alla sue opere e alla sua indiscussa arte.